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Jacopo da Lentini, Meravigliosamente. Analisi e Parafrasi.
12 Settembre 2006
 
Jacopo da Lentini, vissuto fra il 1210 e il 1260 circa, fu notaio imperiale di Catania e poeta. Dalla critica è considerato il caposcuola del cenacolo poetico siciliano fiorito alla corte di Federico II. La scuola siciliana.Dante lo chiama «'l Notaro» (Divina Commedia, Purgatorio XXIV, v. 56. Per il commento al passo dantesco vedi in calce.) per antonomasia e lo considera l'esponente tipico della poesia di corte.
I versi di Jacopo da Lentini sono caratterizzati da varietà tematica e abilità espressiva e riescono, in genere, ad offrire liriche d'amore spontanee e vivaci. A volte, però, cadono in vuote espressioni formali. Il poeta compose poesie in forma dialogata, ma il suo nome rimane legato all'invenzione del sonetto, il componimento poetico di quattordici endecasillabi che per secoli sarebbe stato ampiamente utilizzato. e sviluppato, dai maggiori poeti lirici europei come una forma metrica quasi classica.
La sua poesia più celebre è “Meravigliosamente”.
 
 
Meravigliosamente
 
Meravigliosa-mente
un amor mi distringe,
e mi tene ad ogn'ora.
Com'om, che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc'eo,
che 'nfra lo core meo
porto la tua figura.
 
In cor par ch'eo vi porti,
pinta come parete,
e non pare difore.
O Deo, co' mi par forte
non so se lo sapete,
con' v'amo di bon core;
ch'eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso,
e non vi mostro amore.
 
Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio
guardo 'n quella figura,
e par ch'eo v'aggia davante;
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.
 
Al cor m'arde una doglia,
com' om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quanto più lo 'nvoglia,
allora arde più loco,
non pò star incluso:
similemente eo ardo,
quando pass'e non guardo
a voi, vis' amoroso.
 
S'eo guardo, quando passo,
inver' voi no mi giro,
bella, per risguardare;
andando, ad ogni passo
getto un gran sospiro
ca facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c'a pena mi conoscio,
tanto bella mi pare.
 
Assai v'aggio laudato,
madonna, in tutte parti,
di bellezze c'avete.
Non so se v'è contato
ch'eo lo faccia per arti,
che voi pur v'ascondete:
sacciatelo per singa
zo ch'eo no dico a linga,
quando voi mi vedite.
 
Canzonetta novella,
va' canta nuova cosa;
lèvati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d'ogn'amorosa,
bionda più c'auro fino:
”Lo vostro amor, ch'è caro,
donatelo al Notaro
ch'è nato da Lentino”
 
 
MERAVIGLIOSAMENTE è il componimento in cui Jacopo da Lentini rielabora temi e motivi della poesia provenzale però ravvivandoli con la sincerità dei sentimenti e con la semplicità adamantina delle immagini. Così facendo imprime alla poesia una freschezza e una grazia memorabili. Il poeta rivolgendosi alla donna amata confessa la straordinaria esperienza psicologica del suo amore, accennando alla sua bellezza che diventa per lui oggetto di pura contemplazione interiore. Jacopo da Lentini sinceramente ammette che il suo amore tanto più si ravviva quanto più, per timidezza, lo tiene segreto e nascosto. Stesso effetto ottiene quando passa accanto a lei senza osare nemmeno guardarla; così il fuoco della passione diventa ardente e si ravviva proprio perché chi ama lo avvolge e lo tiene nascosto. Dopo aver proclamato la genuinità e la sincerità dei suoi sentimenti, il poeta infine, rimossa ogni timidezza, invia alla donna la preghiera di fargli dono del suo amore.
 
La canzonetta si può dividere in tre parti. Nella prima (vv. 1-45) il poeta svolge il motivo della contemplazione interiore dell'immagine della donna amata, del momento magico iniziale, quando la bellezza di lei gli appare come un miracolo, suscitandogli nell'animo una sorta di stupefazione, come se si trovasse di fronte a un essere divino. Alla gioia della contemplazione si alterna poi il dolore, la pena di non riuscire ad esprimere, per timidezza e pudore, il proprio sentimento di ammirazione e di dolcezza, e di doverlo perciò tenere segreto e nascosto quando egli le passa accanto e non osa guardarla.
 
In modo nuovo, straordinario, meraviglioso, un amore mi avvince (coinvolge) e mi possiede in ogni momento. Come un pittore che tiene la mente rivolta ad un oggetto (lontano), diverso (da quello che ha davanti), e ne dipinge la figura in modo conforme ad esso, cosi, o bella donna, faccio io, che nel mio cuore porto (impressa) la tua immagine.
 
Nella replicazione (o ripresa) - espediente retorico con cui si univano più strettamente le strofe - il poeta ribadisce il concetto precedente sottolineando l'immagine della donna amata impressa nel cuore; poi introduce il motivo della segretezza del suo amore: egli è tanto timido da guardarla soltanto di nascosto e fingere di essere indifferente verso di lei:
 
Pare che io vi porti dipinta (impressa cioè nel cuore), proprio come realmente siete, e di fuori non si vede nulla. O Dio, come ciò (l’amarvi cioè non poter manifestare il mio sentimento) mi appare cosa dolorosa! Non so se lo sapete come io vi amo di tutto cuore (ma può darsi che non lo sappiate), perché io sono così timido che vi guardo sempre di nascosto e non vi manifesto il mio amore.
 
(Tuttavia), avendo un grande desiderio (di guardarvi), impressi (dentro di me), o bella signora, un’immagine somigliante a voi. E quando non vi vedo, guardo in quella figura, e mi sembra che io vi abbia davanti (a me); come colui che crede di salvarsi per fede, sebbene non veda davanti ( Dio, l’oggetto della sua fede).
 
Nel cuore mi fa soffrire un forte dolore; come uno che tiene il fuoco (di una passione ardente) nascosto nel suo cuore, e quanto più lo avvolge (lo copre) allora nel suo cuore esso più arde (brucia): similmente io ardo (brucio) quando posso e non rivolgo a voi lo sguardo (per timidezza), o viso degno di essere amato.
 
Se anche guardo, quando posso, verso di voi, non mi giro, o bella, per tornare a guardarvi una seconda volta. Continuando a camminare, ad ogni passo getto un gran sospiro (di rimpianto) che mi fa respirare affannosamente; e certamente assai soffro, cosi che appena mi riconosco (perdo cioè, quasi, la coscienza di me stesso), tanto bella mi sembri.
 
Nella seconda parte (vv. 46-54) il poeta professa la sincerità del suo sentimento d'amore contro le insinuazioni dei calunniatori.
 
Assai vi ho lodato, o madonna, dovunque io sia stato per la bellezza che avete. Non so se vi è stato detto che io faccio ciò per finzione (allo scopo di ingannarvi), poiché voi sempre vi nascondete (per evitarmi). Sappiatelo per altri segni (cioè dalle emozioni e dai turbamenti visibili sul mio volto) quello che io non riesco a dire con la lingua, quando mi vedrete.
 
Nella terza parte (VV. 55-63), costituita dal “congedo”, il poeta rivolge alla donna amata una preghiera franca, aperta, decisa, affinché gli faccia dono del suo caro amore:
 
Vai, o canzonetta nuova, e canta una cosa nuova (mai detta prima per mancanza di coraggio). Sorgi e presentati di buon mattino davanti alla donna più bella fra le donne degne di essere amate, (a quella che è) più bionda dell’oro puro e raffinato: «il vostro amore, che è prezioso, donatelo al notaro che è nato a Lentini».
Dante, Purgatorio, Canto XXIV, vv. 55-57.
 
“O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo
che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!”
 
Il «nodo» che trattenne Guittone (esponente della Scuola Toscana), Jacopo da Lentini (esponente della Scuola Siciliana) e Bonagiunta Orbicciani (che trasportò in ambiente toscano l'esperienza poetica siciliana) al di là del “dolce stile” inaugurato da Dante e dalla sua cerchia di amici, fu proprio la concezione dell'amore come passione e non come virtù od introspezione. (Claudio Di Scalzo)

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