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Stefano Catone. Fuori dalle balle (del referendum lombardo)
20 Ottobre 2017
 

Come abbiamo già avuto modo di spiegare il referendum lombardo per l’autonomia è una gran farsa, a partire dal quesito stesso, col quale si chiede ai lombardi (e ai veneti) se vogliono che la Regione vada a Roma a contrattare «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» su oltre venti materie, che vanno dai rapporti con l’Ue all’istruzione, dall’alimentazione alla giustizia di pace.

Si tratta praticamente di una delega in bianco, per contrattare di tutto e di più, tanto che alla fine non si capisce neppure per che cosa si vada a votare. Potrei – ad esempio – essere d’accordo sul fatto che la Regione abbia maggiori competenze sulle «grandi reti di trasporto», così potranno continuare a costruire grandi autostrade deserte, o sulla tutela della salute, così potranno portare a termine l’opera di costruzione dell’impero privato della sanità lombarda. Ma potrei non essere d’accordo su maggiori competenze in altre materie.

Insomma, non si capisce su cosa si stia votando e viene il sospetto che non l’abbia capito nemmeno la Regione, dato che ha riempito il suo sito internet di vere e proprie balle galattiche, che – nella loro testa – dovrebbero chiarire i dubbi, e invece sono soltanto dei fake, certificati da un’istituzione. E hanno tanto il sapore di campagna elettorale anticipata. Vediamone alcune.

«Già in passato, infatti, il Governo lombardo ha provato, senza successo, la strada della trattativa con lo Stato […]. In particolare, negli anni passati sono state avanzate richieste al Governo nazionale, che non hanno ottenuto risposte soddisfacenti. Per questo motivo si è deciso di ricorrere alla legittimazione popolare e democratica, per poter avere più potere negoziale».

Sì, il Consiglio regionale lombardo ha già espresso questa indicazione dieci (dieci!) anni fa e bastava quella, nel senso che non è necessario alcun referendum, se non per celebrare il decennale di quella scelta al costo di 50 milioni di euro. Il governo Prodi accettò le richieste e avviò le trattative, che furono bruscamente interrotte quando al governo, nel 2008, ci andò la Lega! Racconta Roberto Formigoni: «venni convocato ad Arcore dove, presenti gli allora ministri Zaia e Maroni, mi venne posto dal premier il veto su questo argomento». Capite? Le risposte non soddisfacenti se le sono date loro, e ora vogliono la nostra “legittimazione popolare e democratica”, come se non bastasse aver vinto le regionali promettendo di mantenere il 75% delle tasse in Lombardia.

Se vince il Sì, «Regione Lombardia avvierà il percorso istituzionale per ottenere maggiore autonomia, vale a dire più competenze e più risorse, nell’ambito del cosiddetto RESIDUO FISCALE, ovvero la differenza tra le tasse pagate allo Stato e quanto lo Stato restituisce sul territorio».

Balle. La materia fiscale non è tra le competenze oggetto del referendum e non può neppure essere oggetto di referendum. Balle al quadrato.

Col voto elettronico si ha «la garanzia della segretezza e della sicurezza del voto».

Altra balla. Il voto elettronico offre scarse garanzie, che si riducono ai minimi termini se pensiamo che la società che gestirà le operazioni è la più screditata del mondo.

Siccome oltre venti materie non sono abbastanza e siccome – soprattutto – bisogna metterci un pizzico di immigrati, «La Lombardia intende altresì esercitare un’energica azione politica al fine di ottenere un’ancora più ampia competenza da declinare sul proprio territorio in materia di sicurezza, immigrazione ed ordine pubblico».

Falso. Sono competenze esclusive dello Stato. Da segnalare che Formigoni (ci tocca citare Formigoni, pensa te…), nel 2007, individuò dodici materie da portare al tavolo delle contrattazioni.

Dopo averci spiegato che cos’è il «RESIDUO FISCALE» (lo scrivono sempre in maiuscolo), dicono che «A seguito dell’esito positivo del referendum la Regione si propone di trattenere almeno la metà del RESIDUO FISCALE (vale a dire 27 miliardi) per finanziare le nuove competenze oggetto di trattativa con il Governo».

Il «RESIDUO FISCALE» non c’entra nulla, l’abbiamo già spiegato. Altra balla al quadrato.

Come si dice a queste latitudini, föra di ball, cara Regione Lombardia. Il referendum è uno strumento che deve stare saldamente nelle mani del popolo, perché questo possa rivendicare la propria sovranità, temporaneamente delegata. Se diventa uno strumento nelle mani del potere, allora il fine diventa plebiscitario, snaturando la natura stessa dell’istituto e svilendo l’importanza del voto.

Non partecipiamo alla farsa, lasciamoli alle loro balle.

 

Stefano Catone

(da Possibile.com, 20 settembre 2017)


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